dal 20 febbraio al 28 marzo 2009

Marioni e l’arte astratta

L’evento che più colpisce lungo il percorso artistico di Mario Marioni, negli anni successivi al suo rientro a Milano, è lo scarto, notevolissimo, prodottosi a partire dal ’57 tra un’arte ancora figurativa che precede, e quella che immediatamente segue, caratterizzata dall’astrazione, anche la più radicale: di pura gestualità segnica.
A stupire sono soprattutto due cose: dapprima che quelle sue prime opere astratte non rappresentano – come sarebbe naturale attendersi – una filtrazione del dato di natura, ma nascono senza esitazioni decisamente non figurative, in una suite orchestrata di partiture dai titoli essi pure astratti, in relazione con l’elemento formale del segno: Ritmi, Trasparenze, Composizione, Tensione. Qualità e freschezza di queste carte, che immettono dentro la sua produzione una ventata liberatoria di colore, sono tali da far pensare ad un’arte che sgorghi sì improvvisa, ma non senza una lunga preparazione interna: come se l’artista avesse attraversato un guado, in precedenza osservato e studiato a lungo ma anche tenuto a distanza e poi definitivamente superato. Si spiegherebbero così – ed è questo il secondo dato – l’elevato numero di opere (stando ai suoi ritmi) e il cambiamento di tecnica (dall’incisione all’inchiostro, molto più rapido e immediatamente verificabile) che irrompono, tra il ’57 e il ’58, dentro la normalità di un vivere scandito in genere da una produzione assai ridotta.

La domanda che sorge spontanea è da dove venga quella svolta, cosa la preceda o in certo qual modo la preluda. Un accenno di risposta ce la offre il Catalogo dell’opera calcografica, (Edizioni Matasci, 1996, a cura di Gianstefano Galli), presentandoci una serie di incisioni, a partire dagli anni ‘50, dove al progressivo abbandono della resa atmosferica e del chiaroscuro, si sostituisce l’accentuazione del valore lineare, la prevalenza accordata al segno, al tratto, più o meno lungo, più o meno energico, vuoi nella sua movenza leggera e curvilinea, vuoi nella sua componente secca, spigolosa e geometrizzante.
Sarà proprio questa esaltazione della linea a emergere imperiosa nelle rare incisioni del ’56 e ’57 e in quanto poi segue: vale a dire nelle carte, nei dipinti, nelle tecniche miste di natura astratta dal ’57 al ’60, non pochi dei quali di sorprendente libertà inventiva, di liberazione dell’immagine affidata alla pura gestualità del segno. L’alternanza dei titoli ci dice che l’artista si muove ora sulle due corde dell’astrazione: a volte con ancora percepibili richiami ad un residuo di figurazione, quasi leggesse la realtà in filigrana; altre volte dando invece ampio spazio ed autonomia agli strumenti della pura forma: linea, segno, macchia, flusso, energia. Nell’uno come nell’altro caso, vi si percepisce il piacere liberatorio di lasciarsi assorbire dentro forme e colori nuovi senza più alcun legame diretto con la referenzialità delle cose.

Certo, poi Marioni torna nel corso degli anni ’60 all’arte figurativa, anche perché ne ha bisogno per vivere. Non dimentica comunque la lezione astratta che qua e là riaffiora, fin tanto che non riemerge in due cospicui e diversi nuclei, tra il ’70 e il ‘76: il primo titolato Improvvisazioni, il secondo senza titolo specifico. Come dice il termine Improvvisazioni – di ascendenza kandinskiana, poi subito modestamente e ironicamente abbassato in Giochini o Intrecci –, a caratterizzare queste opere non è solo la novità tecnica, la rapidità del procedimento, ma anche l’immediatezza del risultato non sempre prevedibile. Si tratta di sottili strisce di rame o di carta disposte su una lastra messa a registro, sulla quale viene poi disposto il foglio inumidito che verrà pressato tramite torchio; si determineranno in questo modo delle profondità che emergeranno con evidenza una volta passato il colore sull’intera superficie e tolti i pezzi pressati: sulla carta apparirà allora l’impronta bianca di una presenza (in realtà, un’assenza) che ha lasciato la sua traccia (o viceversa). L’impressione è che i percorsi che si affacciano sul foglio conservino ancora una loro originaria imprevedibilità e freschezza: dove il pittore in quanto soggetto si tira un po’ in disparte, per lasciar spazio alla materia che fa parlare per quella che è, in un misto di casualità e destino. Marioni ottiene il suo punto più originale e lirico, non privo di sottili allusioni, quanto più procede per via sottrattiva, sia nel colore come nel segno, fino a lasciar solo la cavità ombrosa di un corpo che ora non c’è più, ma di cui è rimasta un’esile traccia dentro il biancore del foglio.
L’altra suite di opere, siglate in genere con due lettere, è ottenuta mediante morsure di acido dato a pennello sulla lastra. Ne escono strani percorsi che si intersecano, convergono, divergono, in genere distribuendosi per simmetria, a ragnatela o a specchio, attorno ad un centro, e assumendo spesso strane configurazioni biomorfe, sia animali che vegetali: quasi di primordiali organismi cellulari, archetipici e proteiformi, ma con affinità che li avvicina anche a foglie o fiori aperti a possibili sviluppi. Ciò che si affaccia alla fine è mondo ibrido, vagamente surreale, fatto di forme tra l’araldico, l’organico e il simbolico, con richiami anche a mappe o a carte segrete, a topografie immaginarie con al centro il loro (povero) tesoro.
Ciò che in qualche modo accomuna queste sue ultime carte è il procedere del pittore alla costruzione di un mondo allusivo, non preordinato, ma ottenuto come assemblaggio di frammenti, dagli intrecci anche labirintici, che tuttavia approda ad una sua unità conclusiva, carica di suggestioni e rimandi tra il primitivo, l’arcano e il mandalico.

Claudio Guarda