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dal 15 maggio al 13 giugno 2009

Che farò senza Euridice?
di Igor Zanti

Di fronte ad ogni desiderio bisogna porsi questa domanda:
che cosa accadrà se il mio desiderio sarà esaudito,
e che cosa accadrà se non lo sarà?
Epicuro
Nel terzo atto dell’Orfeo ed Euridice di Gluck, Orfeo canta:
“Che farò senza Euridice?/Dove andrò senza il mio ben?/Euridice!… Oh Dio! Rispondi!/ lo son pure il tuo fedel!”
Il mitico cantore tracio, figlio della musa Calliope e del re Eagro, si duole della perdita dell’amata Euridice, che ritorna definitivamente e irreversibilmente nel regno di Ade, dopo che egli era riuscito a liberarla dalla morte persuadendo il re degli Inferi con la dolcezza del suo canto.
Orfeo perde, con il suo agire, ciò che più desidera, ciò per cui ha sfidato, tra mille prove, le leggi degli dei.
Ma, il mitico eroe, si volta a guardare Euridice, contravvenendo al volere di Ade, perché non fiducioso nel re degli Inferi? O piuttosto, perché quando si arriva a possedere quello che si desidera, forse, l’unica scelta possibile è distruggerlo per potere ricominciare a desiderare? O, meglio ancora, perché quando si raggiunge lo scopo, quando cioè siamo riusciti ad ottenere quello che desideriamo, questo perde interesse, ne vediamo i suoi limiti, come Orfeo si sarà reso conto che Euridice era morta e non poteva essere sostituita da un fantasma, da una pallida ombra strappata, sia pur con la magnificenza di un canto che commuove gli dei, al regno degli Inferi?
A questa domanda si è cercato di dare mille volte una risposta e mille risposte sono state date. Se nel mito di Don Giovanni, secondo la rilettura mozartiana, il piacere non è nella conquista ma nell’atto di conquistare, e quindi, nel continuare a desiderare, per Epicuro la questione si sposta a priori: proprio nel momento in cui si inizia a desiderare bisogna porsi il problema di cosa accadrà se appaghiamo o no il nostro desiderio.
Su una cosa si è comunque comunemente d’accordo, cioè sul dato che il desiderare è l’atto più vitale che possa esistere, è l’essenza della vita in ogni suo aspetto, è la dichiarazione dell’essere umano di appartenere, ed in un certo senso, di essere schiavo del vivere.
Desideriamo mangiare, bere, dormire, amare, in senso poetico ed in senso erotico, perché siamo vivi o siamo vivi perché appaghiamo queste pulsioni?
Propenderei per la seconda risposta – mi si taccerà di tardo epicureismo e contemporaneo materialismo -, infatti, la rinuncia a desiderare conduce verso l’ascetismo che, sia nella sua forma innerweltliche o di ausserweltliche Askesis – ascetismo intramondano o extramondano secondo la definizione di Max Weber -, è una parziale abdicazione alla vita per entrare in contatto con la divinità.

Tra tutte le forme di desiderio quella che è legata in senso più intimo e imprescindibile con l’essenza della vita è il desiderio di natura sessuale.
L’attrazione erotica, infatti, riporta l’essere umano in una dimensione ancestrale, in una dimensione dove è più facile ritrovare le origini e le ragioni scatenanti del desiderare, liberandosi delle sovra costruzioni sociali, culturali ed etiche che, con il passare dei secoli, si sono legate a questo aspetto fondamentale dell’uomo.
Se da un lato, il desiderio erotico e il suo appagamento, nell’uomo contemporaneo, sono giunti a coincidere con una forma di piacere direttamente influenzata dall’evoluzione psicologica e culturale dell’essere umano, dall’altro, non bisogna dimenticare come questa pulsione nasca dalla necessità, connaturata in tutte le forme di vita animali, di riprodursi e garantire la continuità della specie.
Non sorprende che proprio le pulsioni di natura erotica siano alla base, fin dall’antichità, dell’organizzazione sociale del clan e che, in maniera meno evidente, sottendano anche all’organizzazione della società moderna.
La donna, in quanto dedita ad allevare la prole, viene relegata nella protetta e rassicurante realtà domestica e, da una prima società di stampo matriarcale, dove l’essere di sesso femminile era ritenuto in diretto contatto con la divinità per la sua capacità procreativa – si tenga presente a questo proposito il mito della “grande madre” che fiorisce in epoca antichissima nel bacino del Mediterraneo – si passa ad una società patriarcale dove inizia ad affermarsi ed a consolidarsi l’idea della donna oggetto, mero strumento destinato alla procreazione, spogliato da tutte le sue valenze sacrali.
Tali valenze sacrali vengono ribadite in ambito cristiano con la figura della Vergine, il cui culto si fonde e si sovrappone con quello della grande dea madre, sebbene non abbiano contribuito ad una riabilitazione del ruolo della donna che avverrà, solo parzialmente, in anni recenti.

Ci si domanderà, a buona ragione, come questa lunga e forse un po’ noiosa digressione sul desiderio, sulla vita e sul ruolo della donna, possa essere messa in relazione con il progetto artistico intitolato Man ideato dal fotografo svizzero Michele Quadri, ma, se si pone attenzione, se si osserva con occhio attento gli scatti di questo raffinato artista, si potrà comprendere come tutti questi elementi confluiscono in tale progetto .
Per dipanare una così complessa matassa bisogna fare un passo indietro e soffermarsi sulla biografia del nostro artista e su due aspetti fondamentali del suo percorso: il primo, è rappresentato dal fatto di usare la macchina fotografica come medium artistico e il secondo, dall’esperienza maturata nell’ambito della fotografia di moda.

L’uso della macchina fotografica può apparire come un aspetto banale e scontato in seno all’analisi del lavoro di Quadri, ma, in questo senso, non bisogna sottovalutare la combinazione tra occhio, o punto di vista, e macchina fotografica, che diviene l’ unica entità definitoria dell’immagine finale.
Infatti, il rapporto tra fotografo e macchina si può ricondurre a quello del pittore e dello scultore con il pennello, lo scalpello o con la materia da plasmare. A differenza, però, di artisti che lavorano con i colori, con la pietra o le crete, nel caso di chi si dedica alla fotografia si riscontra un relazione più diretta con l’oggetto dell’opera. Non vi sono filtri materici, ma solo un lavoro intellettuale di individuazione dello scatto giusto.
Questo comporta un rapporto quasi carnale – si pensi a questo proposito alla famosa scena del metaforico amplesso tra il fotografo e la sua modella nel filmBlow Up di Michelangelo Antonioni – una diretta compenetrazione tra soggetto e oggetto. Se in alcune circostanze l’artista può agire “fuori campo”, può cercare di dissimularsi rispetto all’opera o può, per eccesso, immedesimarsi con l’opera stessa, nel caso della fotografia tutto questo non è possibile. Facendo un paragone letterario, si può parlare sempre e comunque, per quanto concerne la fotografia, di un io narrante.
Il secondo punto da tenere presente è relativo al percorso biografico di Quadri e in particolare al fatto che il suo background professionale è strettamente legato alla fotografia di moda.
Come è dimostrato da maestri del calibro di Richard Avedon o Irving Penn, molti artisti della fotografia si sono dedicati al ritratto di moda che diviene un passaggio obbligato, una palestra che tende verso una avveniristica sperimentazione.
Vi è da parte del fotografo professionista una maggiore cura del particolare, della qualità di stampa, delle tecniche di illuminazione, rispetto a chi usa il linguaggio fotografico solamente come medium espressivo. Infatti, nella fotografia artistica, in molti casi, non è presente – anche per una certa impostazione, a tratti ideologica, che impone o predilige un tipo di scatto di sapore più realistico – un’ eccessiva o esasperata ricerca di tipo tecnico.
Per Quadri il legame con il mondo della moda non ha significato solo l’aver acquisito una consapevolezza ed una perizia tecnica di altissimo livello , ma è anche un’ esperienza che lo ha coinvolto intellettualmente, mettendolo di fronte ad una serie di problematiche che si celano dietro il fashion system.
Nodo fondamentale in questo rapporto tra il fotografo svizzero e la moda è il ruolo della donna all’interno di questo ambiente. Il corpo femminile, infatti, diviene un mezzo, una sorta di espositore vivente di merce, un oggetto, come dimostra il significato letterale del termine francese mannequin. Gli ideali estetici femminili si stravolgono in un senso di disumanizzazione. L’eccessiva magrezza, l’altezza fuori dal consueto, proporzioni diverse dal reale, contribuiscono a creare un genere di donna che non appartiene più all’ambito umano, ma piuttosto ad una idea astratta ed estetizzante della femminilità, un’onirica sublimazione.
La modella, per necessità, diviene vittima di questo ambiente, adattandosi ad un irreale ideale estetico, esagerando alcune caratteristiche fisiche, tramutandosi in un oggetto del desiderio che, secondo la sintassi e le regole del mondo della comunicazione, può essere definito “aspirazionale”.
Questo aspetto subliminale e non dichiarato del fashion system ha influenzato Quadri a tal punto da spingerlo a ideare e realizzare il progetto Man.
Tale progetto si sviluppa in cinque momenti, cinque capitoli, cinque blocchi narrativi, strettamente connessi tra di loro ma, al tempo stesso, indipendenti. Ogni blocco è composto da un numero variabile di immagini che, anche in questo caso, hanno un’identità narrativa sia nell’insieme che singolarmente.

La nascita del desiderio
Il primo blocco narrativo, o capitolo, prende il via da una serie di immagini di sfilate, immagini dove uno stile nervoso individua frammenti, suggestioni, attimi che servono a definire un ambiente ed una realtà che sta oltre. La figura femminile è un tutt’uno con l’abito che indossa. La preziosità delle stoffe, dei ricami e dei plissé si fonde con l’epidermide.
La donna è distante fisicamente e, metaforicamente, relegata in una dimensione onirica e irraggiungibile che ne sottolinea l’esclusività.
Da essere umano a simbolo, da simbolo ad oggetto del desiderio il passo è breve e lo spettatore passivo inizia attivamente a bramarne il possesso, possesso mentale e virtualmente erotico.

In viaggio verso la realtà
La narrazione prosegue con una serie di scatti dove il corpo femminile è, in un certo senso, “spiato” e da qui prende il via la prassi del possedere.
Trattandosi di un lavoro fotografico è insito nella qualità stessa del lavoro il concetto di possedere attraverso la vista. Lo spettatore viene condotto attraverso una teoria di immagini dove il corpo femminile comincia a perdere la distanza del precedente capitolo, per rientrare in una dimensione più umana. Particolari, come elementi di vestiario e biancheria che, lasciando la ribalta delle passerelle, ricadono nella prosaicità del quotidiano, non essendo più complici del processo di divinizzazione del corpo femminile, divengono artefici di un ritorno metaforico alla imperfezione della mortalità.
E’ in scena l’omicidio del desiderio per mano del possesso.
La materia fotografica vira verso un realismo che sa di cronaca, di documentario, che rifiuta il concetto di patinata perfezione per bagnarsi alla fonte vivificante della realtà.

Frammenti del desiderare
Lo spettatore, a questo punto, ha la possibilità di soffermarsi su una serie di particolari anatomici, di dettagli di corpi femminili, dettagli che suggeriscono come una volta soddisfatta la nostra brama di possesso, e delusi nel renderci conto che il suo potere di seduzione è svanito, indugiamo sugli aspetti che maggiormente ci attraevano, li analizzano, li vivisezioniamo nella speranza di ritrovare anche solo una briciola della malia seduttiva che aveva acceso la nostra antica smania.
E’ sintomatico che, in questa fase, Quadri si concentri su parti del corpo femminile che rientrano nella tradizione dell’immaginario feticista, ribadendo la spinta creativa ed erotica dell’atto di desiderare.
L’ immagine si declina secondo accenti che ricordano l’estetica di Resnais in Hiroshima Mon Amour, come un frammento, un ricordo, la sensazione di un piacere scomparso – briciole di madeleine che si fondono sul palato o paesaggi di Nevers -, di una eccitazione creativa. L’artista plasma il suo agire in senso strettamente narrativo rispondendo ad un’esigenza espressiva ed emotiva.

Chiavi di volta
Il IV capitolo ci conduce in seno all’essenza stessa di Man attraverso una teoria di busti femminili dove non compaiono altri elementi se non i caratteri sessuali che li definiscono.
Il viaggio iniziato dalle passerelle di moda arriva al suo culmine penetrando nel nucleo che ha scatenato il desiderio, ma anche, riducendo ai minimi termini il senso di umanità. Il torso femminile è summa dell’erotismo e, al contempo, implicita dichiarazione di assenza dell’anima e dell’intelletto. Si arriva al più alto livello di oggettualizzazione: un corpo che è un fantoccio. Si distrugge e si svaluta ciò che si desidera nel momento in cui se ne viene in possesso.
E’ forte, in questo senso, una cifra stilistica di gusto espressionista, un luminismo acceso che si sofferma in maniera drammatica su brani di corpi nudi. Fra tutti gli scatti realizzati fino a questo punto, solo in questi si nota una plasticità artificiosa di gusto manierista, nel tentativo di sottolineare maggiormente la percezione di innaturalezza antiumana di questi corpi che sono trattati alla stregua di manichini. Vi è, in queste immagini, un forte riferimento ad un espressionismo cinematografico di area nord europea, con inflessioni che ricordano la produzione di Murnau e strette connessioni con il non fortunatissimo film del 1993 di Jennifer Lynch-figlia di del più noto David – Boxing Helena. Proprio con la pellicola della Lynch, che in italiano si dovrebbe intitolare: “Mettendo in scatola Helena”, Quadri condivide una riflessione sul binomio corpo/oggetto.

Visi
Cosa resta dopo tutto questo smembramento, dopo questo percorso che dalla donna oggetto conduce solo all’oggetto. Rimangono i visi, una serie di primi piani, a tratti implacabili, dove la realtà si fonde tra drammaticità e poesia.
Ritratti di modelle, ex dee, che non stanno più sulle are delle passerelle, ma toccano, con piedi di donna in carne e ossa, la terra.
Ma cosa rappresentano questi visi? Gli ultimi rifiuti di un processo di disumanizzazione iniziato nel backstage di una sfilata di moda o, piuttosto, sono il problematico avanzo, sono l’elemento che mette in crisi questo lungo processo e insinua il dubbio che alla fine di tutto, dietro a questo corpi, ci siano degli esseri umani con facoltà di pensare, di sentire e di vivere?
Michele Quadri non dà risposte ma vi pone la domanda. Sta a voi rispondere secondo il vostro sentire, secondo quanto avete provato essendo condotti per mano in questo viaggio iniziatico verso l’origine del desiderare.

Che farò senza Euridice?/Dove andrò senza il mio ben?

Milano, 1 marzo 2009

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