dal 25 marzo al 31 agosto 2011

Pittore di trasparenze, di sommovimenti minimi, quasi impalpabili, non di rado confinati ai bordi e comunque in continua leggera mutazione… “Ci si fa sempre l’autoritratto” – dice di sé e della sua pittura, non senza ironia, Tino Repetto; il quale subito dopo aggiunge: “Si può dire solamente ciò che più si conosce.”
Ora ritratti e autoritratti sono tutt’altra cosa rispetto a quello che Repetto dipinge; ma noi sappiamo pure che chi veramente cerca (o si cerca), dipinga pure quello che vuole, in definitiva non può che trovare sempre e solo se stesso. Identità, infatti, altro non è se non l’accertamento di una forma in cui ci si specchia e ci si ritrova: ma che identità è mai possibile dare a chi, come l’uomo, specie quello contemporaneo, si percepisce dentro un divenire continuo, mutevole per sua natura e inafferrabile? Quale immagine si può mai bloccare e depositare sulla tela, quando, nella realtà del vissuto, il sentimento che ci accompagna è quello di un indistinto fluire dentro cui tutto passa e trapassa, dove niente si blocca nel nitore di una forma definita? Solo ciò che non muta più, che quindi è morto, può avere il privilegio di una definizione o di una forma assoluta.
Farsi l’autoritratto per Repetto significa dunque immettere dentro la sua pittura, a fondamento della sua arte, non la copia del mondo come gli si presenta ogni giorno davanti agli occhi, sia pure bello di una bellezza impossibile, ma il sentimento strisciante di presenze o eventi che nel momento stesso in cui paiono affiorare per affacciarsi alla luce, assurgere finalmente alla pienezza della vita, ecco già recedono, come impossibilitate a districarsi da qualcosa che le trattiene e le invischia, risucchiandole inesorabilmente dentro le spirali o i grovigli dei segni. L’assenza di ogni delimitazione o profondità che renderebbe identificabile una forma, fa sparire anche la nozione di fondo. Si è di fronte ad una spazialità fluttuante, priva di contrasti cromatici, talvolta quasi impercettibili.
Pittura contemplativa per eccellenza, non d’azione né di racconto, l’opera di Repetto non nega, anzi conserva in sé il fascino e la dolcezza che può pure riserbare la vita, la connota comunque sempre come rimpianto e mancamento, come identità mancata. E la fa pura della sua stessa impurità.

Claudio Guarda